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Al
caldo della nostra disillusione, cerchiamo sollevando i coperchi,
il pupazzo a molla.
Passiamo da un coperchio all'altro, tastandone la resistenza, prevedendo
o meno la presenza all'interno di una sorpresa, e se non c'è,
che almeno sia vuota, come una casa appena acquistata: piena di
poi!
Quante cose da fare ci lascia? C'è un divano da mettere,
un tavolo che se trovo la giusta tovaglia… E ancora le tende
e l'armadio.
Ecco, il nostro secondo fine, intrappolare il vuoto fuori da un
sacco di cose.
Perché fuori, c'è lui, chiunque esso sia, c'è
lui che consiglia i colori, non uno, ma tanti, alternative a se
stesse, influenze di qualche altra parte del mondo che, per nostra
fortuna di alternative ne ha tante.
Avremo sempre una stradina appena spiovuta da percorrere, cercandoci
le chiavi in tasca, una porta da sbattere e un divano fumante dove
raccogliere il nostro secondo fine.
E se ci pensiamo bene, è fatto a forma di barca, legato al
molo dei nostri pensieri, davanti al mare che giustifica la nostra
isola.
Partire, conviene partire, che ci son cose da vedere, ecco perché
voltiamo le spalle alle scacchiere altrui, in cerca di altre scacchiere.
Non siamo pedoni, nemmeno regine, ma re, che di casella in casella
aspirano a diventare alfieri o torri, o se pazzi, cavalli. Di bianconero
alternato, abbiamo la vista rimbambita.
Tutti! Che male comune è mezzo gaudio e l'altra metà,
è il secondo fine. |
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Dovrei
copincollare un sacco di appunti. Tante cose. troppe! Pinpiripettenusepinpiripettepan.
Saltano
fuori come i passi di una passeggiata, uno tira la ciliegia dell’altro,
come la conta che esclude di qui per metterti altrove. Non mi
curo tanto di quello che dici, che rimane poi tuo come un braccio.
Leggere
è come la discesa dello spirito santo, l’emanazione
di krisnha. Niente di più aleatorio di una parola, può
generare dal nulla. E il nulla non è il niente, ma il contrario
del tutto.
Ricordi
stanlio ed Ollio? quel film dove a cattiveria si risponde cattiveria?
Cappello sgualcito, cravatta tagliata, braghe stracciate, giacca
strappata. o il Santantonio delle catene, uno più due più
quattro più otto e sulla scacchiera miliardi di chicchi.
Così sorgono nuove impressioni.
Sono da un’altra parte, qualcuno, non io, non tu, ha detto
si parte, partite, ed allora passiamo sul tronco dei sette nani,
in fila cantando – eeeoooo, eeeoooo - passiamo in miniera
a raccogliere le nuove gemme, diamanti da sempre li, non, sorti
dal nulla, soltanto scovati sepolti. Come le impressioni.
Tu scrivi. Perché? Fumo dal camino? O fuoco? Tu scrivi
e io mi scaldo, e lo sai, calore-torpore, la non coscienza di
se, come voltar la medaglia, legger l’etichetta di dietro.
La
mia non coscienza è l’insieme dei pensieri che non
penso, il ricordo dei ricordi che esce dallo specchio come le
lucertole di Escher; le conosci, lo so.
Così
tu scrivi contemporaneamente due cose, quella che intendi e quella
che intendo. una la pesi l’altra la stimi ad occhio.
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Allo
strappar della lenza, quando il luccio ostinato discute (ma non
lo sa) del vivere o meno, John Wayne a cavallo precede la tesa del
suo cappello, seguendo le schiene piumate. Dritto, tra l'occhio
e la nuca, il fucile.
Io sono John Wayne pescatore di pelle-lucci-rossa e cavalco la sedia.
Tra gli alberi, dove fa fresco e dove si siede l'ultima ipotesi,
passeggia spinto dalle sue braccia un uomo: respira al passo. Lo
seguo alternato tra il rosso del galleggiante e il ronzio della
radio; vaneggia schivando i rami più bassi e implora invisibili
compagni.
All'amo impigliato segue - ma non lo sa - l'invisibile nylon.
“Scusi signore” mi incrocia “ha visto passar di
qua mia figlia?”
Che strana domanda! Se si fosse interessato alla mia pesca, o al
tipo di esca che uso, sarei stato gentile, invece mi chiede di sé,
anzi della progenie: “Chi è vostra figlia?” Domando
finto incurante, incurante seguendo il lento ondeggiare del filo
“e per quale motivo dovrei conoscerla?”
“Quante domande per una sola risposta! Mia figlia: la moglie
di Nuvola Nera.”
Sento guizzare la canna dello strappo di un luccio e insieme le
arterie. Quel figlio di un pesce è un pellerossa e conosce
il giro dell'acqua.
In un attimo solo, lascio la canna e imbraccio il fucile: un soffio
di vento mi sposta il cappello.
Sparo e lui cade.Un occhio dentro al mio occhio.
Il luccio mi sfugge e trascina la canna nel fiume. Mi tuffo seguendo
la schiena dorata del pesce, ma sparisce veloce: il pesce e la schiena.
Tra le alghe e i sassi melmosi vedo una donna: una figlia - ma non
lo sapevo - distratto dimentico il luccio e la canna.
Risalgo per poco, che manca il respiro e torno di sotto a veder
che succede. La donna mi tende la mano e quindi la tocco, la prendo.
Mi si gonfia la guancia e un fiotto di sange mi sgorga tra i denti;
mi stanno pescando e una mano mi afferra: “Hai visto mia figlia?
Si che l'hai vista!” Mi dice l'uomo a cui avevo sparato.
Adesso che sono legato alla cinghia aspetto - lo so - di esser squamato.
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Le
cose che ci sono, le cose che ci metto.
Se un panettiere fa una torta, diventa pasticcere?
O resta un panettiere ambizioso? Armato di maraschino?
Si attacca alla canottiera una medaglia di marmellata?
"Guardate, guardate (con le labbra ad amaca) mi sono premiato,
graduato, elevato. Impasto un impasto sublime ora, io faccio,
quindi sono!"
Torta di panettiere... E il pasticcere spezza il pane e ci mette
la marmellata; inventa un dolce nuovo? E il bambino? Che mangia
pane e sudore alle quattro del pomeriggio?
Quanto pane, quanti dolci. Quante cose ci sono e quante cose ci
metto... Vedete?
Vedete o guardate? Vediamo o guardiamo o, distratti che siamo
non ci accorgiamo nemmeno di quel che facciamo?
Dormiamo?
Bla bla ... ma guarda che strano, è un dolce o pane gentile?
"Ma io" Dice uno (poniamo... Caio) " preferisco
il salato".
"Ed io" sfodera e para Sempronio "sono anoressico
e cattolico insieme"
"Povero me, povero me" piange Francesco "sono tutti
migliori di me".
Il panettiere, che bimbo, voleva solo sudare, cambia la maglia
come la pelle i serpenti ed affonda di nuovo le mani nella farina,
la testa nelle cose, credendosi pasticcere in missione per conto
dell'Io.
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Eccetera
eccetera
L’uomo raramente è sveglio perché, quando sa
quel che dice e quel che sa, conosce lo sprofondato orrore della
malafede.
Eccetera eccetera.
(PASQUALE PANELLA)
Bevo
il caffè, che qui c’è da muover le mani per
ore a non scrivere niente e le ragioni sono palazzi rumeni.
Ma non ho voglia di pensar di svegliarmi, perché volendo,
rimane sempre un angolo tra il soffitto e le pareti dove puntare
lo sguardo.
Ci
si ripiega il cielo intero tra le tre linee che una cazzuola ha
carezzato in attesa del frattazzo, che due occhi hanno squadrato
stringendo la lingua dell’attenzione tra i denti.
Oggi
pensare è difficile, ci vogliono anni e fili a piombo, per
raggiungere uno squadro decente, in cui infilare il proprio sonno
chiarificatore, e un coraggio da leone, che coraggioso non è
poi così tanto che è sempre stato il più forte,
e un leone, dicevo, per balzare oltre l’apparenza delle parole,
ma anche molta esperienza da muratore, che non si chiede se la casa
è bella o brutta: prende il progetto, cazzuola, fodere di
pioppo squadrato e si concede il tempo previsto.
Dimenticavo,
ma la coda dell’occhio è rimasta impigliata, dimenticavo
l’imponderabile considerazione di sé, quel passo indietro
per cogliere il tutto ed offrirlo in pensiero ad un “ti immagini
se…”
Adesso apro l’armadio, magari ci trovo una cintura da palestinese. |
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Caro
amico, eccoci qui, come ieri e come qui saremo, anche domani;
così penso, immagino!
Mi son liberato, spalancando il portone alle folate ventose, dallo
scriver d’amore. Sorge Napoli ora, o almeno, l’idea
che ne ho; di un grande golfo, ad occhio di uccello e dentro la
mia camicia bianca. Mi son liberato ed è mattina lo si
capisce da come il sole mi investe. Da giovane, ricordo solo le
risse con la stessa improvvisa violenza. Quante ne feci! Almeno
tante quante ne schivai.
Mi son liberato dallo scriver d’amore e parlo al passato,
son subito ricordi di momenti leggeri, stupiti dal succedere improvviso,
ritornano qui appoggiati alla balaustra di questa sceneggiatura
dove ora scatto i provini per un film che mai girerò.
Se volto la schiena al golfo e lascio che l’ombra riposi
la vista, risento lunghi sospiri e rumori lontani. Mi son liberato
ed ora mi godo questo primo giorno di vacanze.
Libero
ritorno a guardare il Vesuvio, e seguo la curva di terra che arriva
fin sotto i miei piedi, laggiù, si mischia coi tetti, i
muri, diventa azzurrina lontano da me.
E’ la frescura! Non so se si gode del fresco mattino a Napoli,
ma voglio pensare che si possa sentire sul viso, l’ultimo
scampolo di notte che ancora urla, partendo, il saluto.
Non scrivo d’amore, ma di poltrone di vimini e tovaglie
indispensabili al vento, di mani in tasca e sorrisi verde antiriflesso.
Che bella vacanza, noleggio pure una bici, un asinello magari
e saluto sollevando il cappello di paglia, persone che neanche
conosco ma che conoscono me, perché salutano sollevando
il cappello di paglia. E le ragazze son scalze con le gonne a
fiori e i bambini, sporchi in faccia.
Mi sento De Sica, paludato di bianco e saggezza, oppure un conte
qualsiasi; mi sento in vacanza e pianifico gite di cozze e faraglioni,
barche e maglie a righe, sorrisi salati.
Mai più scriver d’amore! Comprerò qui una
casa, sul golfo di Napoli, una casa che abbia una strada a serpente
e una lunga salita davanti alla porta, la camera ad est e l’ombra
sul retro. Un ombra di buchi tra le foglie, e i gatti che saltano
fuori. Senza cancello per carità, una casa con uno spiazzo
davanti, grande appena il necessario per togliere le vertigini
ed il fiato della salita. Dietro la porta il corridoio con le
stanze nascoste dai vetri opachi, in fondo la scala che lascia
alla mano il sapor dell’ottone e l’eco alle orecchie.
E poi materassi di piuma, e persiane un poco scrostate, mollicce
sui cardini, col filo di ferro a chiudere e gerani per le zanzare.
Sigarette e caffè e sorrisi che lasciano intendere che,
se una volta era così, adesso è cosà, eccetera
eccetera, che ho capito la vita che passa sotto il cappello di
paglia e saggezza.
Una vacanza da vecchio, perché non scrivo d’amore,
piena di bastoni da passeggio e giornali su tovaglie a quadretti,
gelati di fragola e limone, banchi di pesce, che odio perché
ha le spine ed io purtroppo una gola, ma pesce, perché
Napoli è mare, che non amo particolarmente, perché
non vedo la riva di là, ma Napoli, pesce e mare e gelati
e vecchi cappelli di paglia e senno del poi, scarpe stringate
e giornali a quadretti, bastoni e golfi di Napoli per non scriver
d’amore e per non scriver di nulla e vento di notte.
E
ancora una casa e una strada e l’ombra che dice che qui
si sta bene e poi le facce grinzose delle maglie a righe
Per non scriver d’amore.
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Philip
Guston -senza titolo - 1969 |
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Son
sicuro che ti vedo, non me lo chiedere, sei davanti a me, prima
dello sfondo, stagliato preciso, appendice degli occhi, non serve
urlare per farmi sentire, ma se mi capisci, ho paura che non mi
comprendi, mi spiego?
Dimmelo.
Non incassarti nel collo distendi le dita, ti faccio un esempio:
è come se ci fosse una persona davanti a me, ma non una
qualunque stavolta, proprio tu, come vederti, toccarti e sentirti,
ma tutto insieme, ma tu mi capisci, o parlo più piano?
Se vuoi ci mettiamo in discesa, sfrondo le cose che avanzano,
e se restano buchi, mettici quello che vuoi, mi accontento.
Pensavo si facesse quattro passi e discorsi, ma quando mi guardi
come una parola mai letta, mi sento in affanno, non so se son
troppo per te, o sei impossibile da circondare. Mi lasci affamato
con un pacco di pasta ma senza il fornello, sgranocchio l’idea,
non pranzo.
Ho la certezza di quello che dico, non mi hai ancora staccato
gli occhi di dosso, e di solito vaghi distratto sulle parole,
le cerchi nella carta per terra, sui volantini dei parabrezza,
mi piace quando distrai i pensieri per sorprenderti dopo.
Hai letto qualcosa di orientale, di ascetico-universale? Ritorna
per terra amico mio, torniamo a parlare a zonzo come sempre; di
che ti sei innamorato stavolta? Quante gambe ha? Se fosse proprio
così son disposto a cedere il diecipercento del tempo,
passeggeremo per scorciatoie.
…
Ho sonno, come quando mi si chiudono gli occhi ed allora desidero
un letto. mi capisci? E’ come quando ti senti morire, ma
è solo sentire, non è che lo ascolti che muori;
a sentirlo bene saresti già morto, allora, solo un po’:
ho sonno per l’appunto.
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© Vetro 2004 - 2005 - 2006 |