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Philip Guston -senza titolo - 1969
 

Son sicuro che ti vedo, non me lo chiedere, sei davanti a me, prima dello sfondo, stagliato preciso, appendice degli occhi, non serve urlare per farmi sentire, ma se mi capisci, ho paura che non mi comprendi, mi spiego?

Dimmelo. Non incassarti nel collo distendi le dita, ti faccio un esempio: è come se ci fosse una persona davanti a me, ma non una qualunque stavolta, proprio tu, come vederti, toccarti e sentirti, ma tutto insieme, ma tu mi capisci, o parlo più piano? Se vuoi ci mettiamo in discesa, sfrondo le cose che avanzano, e se restano buchi, mettici quello che vuoi, mi accontento.

Pensavo si facesse quattro passi e discorsi, ma quando mi guardi come una parola mai letta, mi sento in affanno, non so se son troppo per te, o sei impossibile da circondare. Mi lasci affamato con un pacco di pasta ma senza il fornello, sgranocchio l’idea, non pranzo.

Ho la certezza di quello che dico, non mi hai ancora staccato gli occhi di dosso, e di solito vaghi distratto sulle parole, le cerchi nella carta per terra, sui volantini dei parabrezza, mi piace quando distrai i pensieri per sorprenderti dopo.

Hai letto qualcosa di orientale, di ascetico-universale? Ritorna per terra amico mio, torniamo a parlare a zonzo come sempre; di che ti sei innamorato stavolta? Quante gambe ha? Se fosse proprio così son disposto a cedere il diecipercento del tempo, passeggeremo per scorciatoie.

Ho sonno, come quando mi si chiudono gli occhi ed allora desidero un letto. mi capisci? E’ come quando ti senti morire, ma è solo sentire, non è che lo ascolti che muori; a sentirlo bene saresti già morto, allora, solo un po’: ho sonno per l’appunto.

 

© Vetro 2004 - 2010