Son
sicuro che ti vedo, non me lo chiedere, sei davanti a me, prima
dello sfondo, stagliato preciso, appendice degli occhi, non serve
urlare per farmi sentire, ma se mi capisci, ho paura che non mi
comprendi, mi spiego?
Dimmelo.
Non incassarti nel collo distendi le dita, ti faccio un esempio:
è come se ci fosse una persona davanti a me, ma non una
qualunque stavolta, proprio tu, come vederti, toccarti e sentirti,
ma tutto insieme, ma tu mi capisci, o parlo più piano?
Se vuoi ci mettiamo in discesa, sfrondo le cose che avanzano,
e se restano buchi, mettici quello che vuoi, mi accontento.
Pensavo si facesse quattro passi e discorsi, ma quando mi guardi
come una parola mai letta, mi sento in affanno, non so se son
troppo per te, o sei impossibile da circondare. Mi lasci affamato
con un pacco di pasta ma senza il fornello, sgranocchio l’idea,
non pranzo.
Ho la certezza di quello che dico, non mi hai ancora staccato
gli occhi di dosso, e di solito vaghi distratto sulle parole,
le cerchi nella carta per terra, sui volantini dei parabrezza,
mi piace quando distrai i pensieri per sorprenderti dopo.
Hai letto qualcosa di orientale, di ascetico-universale? Ritorna
per terra amico mio, torniamo a parlare a zonzo come sempre; di
che ti sei innamorato stavolta? Quante gambe ha? Se fosse proprio
così son disposto a cedere il diecipercento del tempo,
passeggeremo per scorciatoie.
…
Ho sonno, come quando mi si chiudono gli occhi ed allora desidero
un letto. mi capisci? E’ come quando ti senti morire, ma
è solo sentire, non è che lo ascolti che muori;
a sentirlo bene saresti già morto, allora, solo un po’:
ho sonno per l’appunto.