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diario
7
 
Al caldo della nostra disillusione, cerchiamo sollevando i coperchi, il pupazzo a molla.
Passiamo da un coperchio all'altro, tastandone la resistenza, prevedendo o meno la presenza all'interno di una sorpresa, e se non c'è, che almeno sia vuota, come una casa appena acquistata: piena di poi!
Quante cose da fare ci lascia? C'è un divano da mettere, un tavolo che se trovo la giusta tovaglia… E ancora le tende e l'armadio.
Ecco, il nostro secondo fine, intrappolare il vuoto fuori da un sacco di cose.
Perché fuori, c'è lui, chiunque esso sia, c'è lui che consiglia i colori, non uno, ma tanti, alternative a se stesse, influenze di qualche altra parte del mondo che, per nostra fortuna di alternative ne ha tante.
Avremo sempre una stradina appena spiovuta da percorrere, cercandoci le chiavi in tasca, una porta da sbattere e un divano fumante dove raccogliere il nostro secondo fine.
E se ci pensiamo bene, è fatto a forma di barca, legato al molo dei nostri pensieri, davanti al mare che giustifica la nostra isola.
Partire, conviene partire, che ci son cose da vedere, ecco perché voltiamo le spalle alle scacchiere altrui, in cerca di altre scacchiere. Non siamo pedoni, nemmeno regine, ma re, che di casella in casella aspirano a diventare alfieri o torri, o se pazzi, cavalli. Di bianconero alternato, abbiamo la vista rimbambita.
Tutti! Che male comune è mezzo gaudio e l'altra metà, è il secondo fine.
 
6

Dovrei copincollare un sacco di appunti. Tante cose. troppe! Pinpiripettenusepinpiripettepan.

Saltano fuori come i passi di una passeggiata, uno tira la ciliegia dell’altro, come la conta che esclude di qui per metterti altrove. Non mi curo tanto di quello che dici, che rimane poi tuo come un braccio.

Leggere è come la discesa dello spirito santo, l’emanazione di krisnha. Niente di più aleatorio di una parola, può generare dal nulla. E il nulla non è il niente, ma il contrario del tutto.

Ricordi stanlio ed Ollio? quel film dove a cattiveria si risponde cattiveria? Cappello sgualcito, cravatta tagliata, braghe stracciate, giacca strappata. o il Santantonio delle catene, uno più due più quattro più otto e sulla scacchiera miliardi di chicchi. Così sorgono nuove impressioni.

Sono da un’altra parte, qualcuno, non io, non tu, ha detto si parte, partite, ed allora passiamo sul tronco dei sette nani, in fila cantando – eeeoooo, eeeoooo - passiamo in miniera a raccogliere le nuove gemme, diamanti da sempre li, non, sorti dal nulla, soltanto scovati sepolti. Come le impressioni.

Tu scrivi. Perché? Fumo dal camino? O fuoco? Tu scrivi e io mi scaldo, e lo sai, calore-torpore, la non coscienza di se, come voltar la medaglia, legger l’etichetta di dietro.

La mia non coscienza è l’insieme dei pensieri che non penso, il ricordo dei ricordi che esce dallo specchio come le lucertole di Escher; le conosci, lo so.

Così tu scrivi contemporaneamente due cose, quella che intendi e quella che intendo. una la pesi l’altra la stimi ad occhio.

 
5

Allo strappar della lenza, quando il luccio ostinato discute (ma non lo sa) del vivere o meno, John Wayne a cavallo precede la tesa del suo cappello, seguendo le schiene piumate. Dritto, tra l'occhio e la nuca, il fucile.

Io sono John Wayne pescatore di pelle-lucci-rossa e cavalco la sedia.
Tra gli alberi, dove fa fresco e dove si siede l'ultima ipotesi, passeggia spinto dalle sue braccia un uomo: respira al passo. Lo seguo alternato tra il rosso del galleggiante e il ronzio della radio; vaneggia schivando i rami più bassi e implora invisibili compagni.

All'amo impigliato segue - ma non lo sa - l'invisibile nylon.
“Scusi signore” mi incrocia “ha visto passar di qua mia figlia?”
Che strana domanda! Se si fosse interessato alla mia pesca, o al tipo di esca che uso, sarei stato gentile, invece mi chiede di sé, anzi della progenie: “Chi è vostra figlia?” Domando finto incurante, incurante seguendo il lento ondeggiare del filo “e per quale motivo dovrei conoscerla?”
“Quante domande per una sola risposta! Mia figlia: la moglie di Nuvola Nera.”

Sento guizzare la canna dello strappo di un luccio e insieme le arterie. Quel figlio di un pesce è un pellerossa e conosce il giro dell'acqua.
In un attimo solo, lascio la canna e imbraccio il fucile: un soffio di vento mi sposta il cappello.

Sparo e lui cade.Un occhio dentro al mio occhio.

Il luccio mi sfugge e trascina la canna nel fiume. Mi tuffo seguendo la schiena dorata del pesce, ma sparisce veloce: il pesce e la schiena.
Tra le alghe e i sassi melmosi vedo una donna: una figlia - ma non lo sapevo - distratto dimentico il luccio e la canna.
Risalgo per poco, che manca il respiro e torno di sotto a veder che succede. La donna mi tende la mano e quindi la tocco, la prendo.
Mi si gonfia la guancia e un fiotto di sange mi sgorga tra i denti; mi stanno pescando e una mano mi afferra: “Hai visto mia figlia? Si che l'hai vista!” Mi dice l'uomo a cui avevo sparato.

Adesso che sono legato alla cinghia aspetto - lo so - di esser squamato.

 
4

Le cose che ci sono, le cose che ci metto.
Se un panettiere fa una torta, diventa pasticcere?
O resta un panettiere ambizioso? Armato di maraschino?
Si attacca alla canottiera una medaglia di marmellata?
"Guardate, guardate (con le labbra ad amaca) mi sono premiato, graduato, elevato. Impasto un impasto sublime ora, io faccio, quindi sono!"

Torta di panettiere... E il pasticcere spezza il pane e ci mette la marmellata; inventa un dolce nuovo? E il bambino? Che mangia pane e sudore alle quattro del pomeriggio?
Quanto pane, quanti dolci. Quante cose ci sono e quante cose ci metto... Vedete?
Vedete o guardate? Vediamo o guardiamo o, distratti che siamo non ci accorgiamo nemmeno di quel che facciamo?

Dormiamo?
Bla bla ... ma guarda che strano, è un dolce o pane gentile?
"Ma io" Dice uno (poniamo... Caio) " preferisco il salato".
"Ed io" sfodera e para Sempronio "sono anoressico e cattolico insieme"
"Povero me, povero me" piange Francesco "sono tutti migliori di me".
Il panettiere, che bimbo, voleva solo sudare, cambia la maglia come la pelle i serpenti ed affonda di nuovo le mani nella farina, la testa nelle cose, credendosi pasticcere in missione per conto dell'Io.

 
3
 
 
Eccetera eccetera
L’uomo raramente è sveglio perché, quando sa quel che dice e quel che sa, conosce lo sprofondato orrore della malafede.
Eccetera eccetera.
(PASQUALE PANELLA)

Bevo il caffè, che qui c’è da muover le mani per ore a non scrivere niente e le ragioni sono palazzi rumeni.
Ma non ho voglia di pensar di svegliarmi, perché volendo, rimane sempre un angolo tra il soffitto e le pareti dove puntare lo sguardo.

Ci si ripiega il cielo intero tra le tre linee che una cazzuola ha carezzato in attesa del frattazzo, che due occhi hanno squadrato stringendo la lingua dell’attenzione tra i denti.

Oggi pensare è difficile, ci vogliono anni e fili a piombo, per raggiungere uno squadro decente, in cui infilare il proprio sonno chiarificatore, e un coraggio da leone, che coraggioso non è poi così tanto che è sempre stato il più forte, e un leone, dicevo, per balzare oltre l’apparenza delle parole, ma anche molta esperienza da muratore, che non si chiede se la casa è bella o brutta: prende il progetto, cazzuola, fodere di pioppo squadrato e si concede il tempo previsto.

Dimenticavo, ma la coda dell’occhio è rimasta impigliata, dimenticavo l’imponderabile considerazione di sé, quel passo indietro per cogliere il tutto ed offrirlo in pensiero ad un “ti immagini se…”
Adesso apro l’armadio, magari ci trovo una cintura da palestinese.

 
2

Caro amico, eccoci qui, come ieri e come qui saremo, anche domani; così penso, immagino!
Mi son liberato, spalancando il portone alle folate ventose, dallo scriver d’amore. Sorge Napoli ora, o almeno, l’idea che ne ho; di un grande golfo, ad occhio di uccello e dentro la mia camicia bianca. Mi son liberato ed è mattina lo si capisce da come il sole mi investe. Da giovane, ricordo solo le risse con la stessa improvvisa violenza. Quante ne feci! Almeno tante quante ne schivai.

Mi son liberato dallo scriver d’amore e parlo al passato, son subito ricordi di momenti leggeri, stupiti dal succedere improvviso, ritornano qui appoggiati alla balaustra di questa sceneggiatura dove ora scatto i provini per un film che mai girerò.
Se volto la schiena al golfo e lascio che l’ombra riposi la vista, risento lunghi sospiri e rumori lontani. Mi son liberato ed ora mi godo questo primo giorno di vacanze.

Libero ritorno a guardare il Vesuvio, e seguo la curva di terra che arriva fin sotto i miei piedi, laggiù, si mischia coi tetti, i muri, diventa azzurrina lontano da me.
E’ la frescura! Non so se si gode del fresco mattino a Napoli, ma voglio pensare che si possa sentire sul viso, l’ultimo scampolo di notte che ancora urla, partendo, il saluto.

Non scrivo d’amore, ma di poltrone di vimini e tovaglie indispensabili al vento, di mani in tasca e sorrisi verde antiriflesso.
Che bella vacanza, noleggio pure una bici, un asinello magari e saluto sollevando il cappello di paglia, persone che neanche conosco ma che conoscono me, perché salutano sollevando il cappello di paglia. E le ragazze son scalze con le gonne a fiori e i bambini, sporchi in faccia.
Mi sento De Sica, paludato di bianco e saggezza, oppure un conte qualsiasi; mi sento in vacanza e pianifico gite di cozze e faraglioni, barche e maglie a righe, sorrisi salati.

Mai più scriver d’amore! Comprerò qui una casa, sul golfo di Napoli, una casa che abbia una strada a serpente e una lunga salita davanti alla porta, la camera ad est e l’ombra sul retro. Un ombra di buchi tra le foglie, e i gatti che saltano fuori. Senza cancello per carità, una casa con uno spiazzo davanti, grande appena il necessario per togliere le vertigini ed il fiato della salita. Dietro la porta il corridoio con le stanze nascoste dai vetri opachi, in fondo la scala che lascia alla mano il sapor dell’ottone e l’eco alle orecchie. E poi materassi di piuma, e persiane un poco scrostate, mollicce sui cardini, col filo di ferro a chiudere e gerani per le zanzare.

Sigarette e caffè e sorrisi che lasciano intendere che, se una volta era così, adesso è cosà, eccetera eccetera, che ho capito la vita che passa sotto il cappello di paglia e saggezza.

Una vacanza da vecchio, perché non scrivo d’amore, piena di bastoni da passeggio e giornali su tovaglie a quadretti, gelati di fragola e limone, banchi di pesce, che odio perché ha le spine ed io purtroppo una gola, ma pesce, perché Napoli è mare, che non amo particolarmente, perché non vedo la riva di là, ma Napoli, pesce e mare e gelati e vecchi cappelli di paglia e senno del poi, scarpe stringate e giornali a quadretti, bastoni e golfi di Napoli per non scriver d’amore e per non scriver di nulla e vento di notte.

E ancora una casa e una strada e l’ombra che dice che qui si sta bene e poi le facce grinzose delle maglie a righe
Per non scriver d’amore.

 
1
 
Philip Guston -senza titolo - 1969
 

Son sicuro che ti vedo, non me lo chiedere, sei davanti a me, prima dello sfondo, stagliato preciso, appendice degli occhi, non serve urlare per farmi sentire, ma se mi capisci, ho paura che non mi comprendi, mi spiego?

Dimmelo. Non incassarti nel collo distendi le dita, ti faccio un esempio: è come se ci fosse una persona davanti a me, ma non una qualunque stavolta, proprio tu, come vederti, toccarti e sentirti, ma tutto insieme, ma tu mi capisci, o parlo più piano? Se vuoi ci mettiamo in discesa, sfrondo le cose che avanzano, e se restano buchi, mettici quello che vuoi, mi accontento.

Pensavo si facesse quattro passi e discorsi, ma quando mi guardi come una parola mai letta, mi sento in affanno, non so se son troppo per te, o sei impossibile da circondare. Mi lasci affamato con un pacco di pasta ma senza il fornello, sgranocchio l’idea, non pranzo.

Ho la certezza di quello che dico, non mi hai ancora staccato gli occhi di dosso, e di solito vaghi distratto sulle parole, le cerchi nella carta per terra, sui volantini dei parabrezza, mi piace quando distrai i pensieri per sorprenderti dopo.

Hai letto qualcosa di orientale, di ascetico-universale? Ritorna per terra amico mio, torniamo a parlare a zonzo come sempre; di che ti sei innamorato stavolta? Quante gambe ha? Se fosse proprio così son disposto a cedere il diecipercento del tempo, passeggeremo per scorciatoie.

Ho sonno, come quando mi si chiudono gli occhi ed allora desidero un letto. mi capisci? E’ come quando ti senti morire, ma è solo sentire, non è che lo ascolti che muori; a sentirlo bene saresti già morto, allora, solo un po’: ho sonno per l’appunto.

   
   
   
   
   
   

 

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